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Libero lui, paghiamo noi. Youssef Siher è stato rimandato a casa. La gip di Milano non ha convalidato il fermo dell’amministratore del Movimento 17 ottobre.
Un canale social nato subito dopo i saccheggi: della devastazione portava il nome e, secondo la Procura, ne preparava altre.
Per la giudice mancano i gravi indizi e il pericolo di fuga. Manca perfino lo scopo di intimidire la popolazione.
I messaggi di Siher evocavano soltanto la “disobbedienza civile” e puntavano a promuovere “la formazione di una coscienza collettiva”.
Disobbedienza civile. In pochi giorni quasi 9mila iscritti, luoghi di raduno svelati all’ultimo minuto, un manuale intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso”.
Gandhi, a quanto pare, aveva un canale Telegram.
Siher è uscito dal retro di San Vittore senza dire una parola, accolto da bandiere palestinesi e da attivisti che allontanavano i cronisti. Sorrisi, silenzio, disciplina.
Non sembravano amici sollevati. Sembrava un’organizzazione.
Non siamo davanti soltanto a una decisione discutibile. Siamo davanti a un sistema. Una magistratura che in una sua quota non piccola si è fatta parte politica e che, quando sbaglia, non risponde a nessuno.
Ideologia e impunità. Due malattie che si nutrono l’una dell’altra.
Il sintomo sta nello stesso fascicolo. La pm che ha chiesto il fermo e la gip che lo ha respinto avevano firmato lo stesso appello dei giuristi per Gaza, insieme a oltre tremila tra magistrati, professori e avvocati. Stesse firme, stesse carte. Esiti opposti.
Nessuno può sapere cosa abbia pesato nella decisione dell’una o dell’altra. Ed è proprio questo il problema.
Ecco il cancro.
Un magistrato che firma un manifesto politico non commette alcun reato. Ma dichiara in pubblico da che parte sta, prima ancora di aprire un fascicolo.
Da quel momento ogni sua decisione, giusta o sbagliata, si porta addosso il sospetto.
Il cittadino non sa più se davanti a sé ha un giudice o un militante. E la giustizia diventa una lotteria.
Il gip, del resto, esiste proprio per controllare l’accusa e può darle torto. Il punto è come ha letto le carte. E qui l’ordinanza offre la prova più istruttiva.
Nel notebook di Siher c’era la versione integrale del manuale, con i riferimenti agli strumenti offensivi da usare contro le forze dell’ordine e le istruzioni per reagire ai lacrimogeni.
Nel gruppo Telegram ne ha pubblicate quattro pagine. Quelle pulite.
Per la gip quella scelta è un dato indicativo: le proteste che aveva in mente non prevedevano violenza.
Si può leggere pure al contrario. Chi conserva il manuale completo e pubblica solo la parte presentabile sa esattamente cosa non va messo per iscritto.
Prudenza o pacifismo? La gip ha scelto la seconda lettura.
Ecco cosa sono le parole elastiche della legge. Gravi indizi. Pericolo concreto. Finalità di terrorismo. Non descrivono fatti, chiedono valutazioni. E dove la legge chiede di valutare, entra la visione del mondo di chi giudica.
E qui sta il paradosso più velenoso. Lo stesso margine che lascia entrare l’ideologia lascia fuori la responsabilità.
La legge protegge la valutazione dei fatti e delle prove, salvo casi estremi come il dolo o il travisamento. E una scarcerazione, quasi sempre, è una valutazione.
Non è un incidente della storia. Negli anni Settanta una parte della magistratura teorizzò l’uso alternativo del diritto: il giudice non più bocca della legge, ma leva per cambiare la società.
Mezzo secolo dopo, quell’idea non è sparita. Ha trovato casa nelle correnti, nelle nomine spartite, nel sistema che il caso Palamara ha messo nero su bianco.
Erano pure gli anni dei cattivi maestri, gli intellettuali che non lanciavano una pietra e scrivevano le parole per cui altri le lanciavano.
Il codice cercava l’ordine esplicito e non lo trovava quasi mai.
Lo cerca ancora.
Anche stavolta la Procura riconosceva che nei post mancavano riferimenti diretti a devastazioni e saccheggi e contestava una forza di suggestione.
Nessun professionista del disordine scrive “andate a spaccare”. Convoca e lascia che la piazza faccia il resto.
Lo stesso giorno in cui Siher tornava libero, sono stati rimpatriati 28 stranieri. Tra loro uno dei giovani finiti in un Cpr dopo gli scontri di Milano: precedenti per rapina, atti persecutori, spaccio.
Era già stato espulso a giugno per pericolosità sociale. Un giudice di pace aveva sospeso il provvedimento.
Il 18 ottobre era ancora qui.
Due toghe, gli stessi disordini. Una aveva tenuto in Italia chi doveva andarsene, l’altra ha rimesso in strada chi, secondo l’accusa, chiamava alla piazza.
Le porte girevoli non si fermano a Milano. A Foggia, nel 2023, la tabaccaia Francesca Marasco è stata uccisa a coltellate per 75 euro.
L’uomo accusato del delitto, a quanto si legge, era uscito tre anni prima da un Cpr perché un giudice di pace non aveva convalidato il trattenimento.
A Torino un uomo accusato di violenza sessuale su una bambina di 13 anni è tornato libero dopo due notti anche perché “dispiaciuto”.
A Ravenna, in appello, la violenza su una ragazza autistica è diventata “di minore entità”.
Perché succede? Perché il rischio sta tutto da una parte.
Il giudice che tiene in carcere un innocente commette un errore visibile: c’è il risarcimento, ci sono i giornali.
Quello che libera chi poi colpisce commette un errore invisibile. Nessuno mette la sua firma accanto al nome della vittima.
Gli italiani lo avevano capito nel 1987, quando dopo il calvario di Enzo Tortora votarono all’80% per la responsabilità civile dei magistrati. Ne uscì una legge in cui il cittadino fa causa allo Stato, non al giudice.
Ritoccata nel 2015, oggi limita la rivalsa a metà di un anno di stipendio, salvo il dolo. Stando alle cronache, nei suoi primi 27 anni aveva prodotto 7 risarcimenti su oltre 400 richieste.
E quando qualcuno osa dirlo?
Non è il governo contro i giudici: il fermo lo avevano chiesto il procuratore capo di Milano e la sua pm.
Eppure l’Anm parla di attacco scomposto, i vertici del Tribunale bollano le critiche come irricevibili e rispondono che la vergogna riguarda “altre categorie della vita sociale”.
Chi denuncia la delegittimazione delegittima, con una nota ufficiale, chi governa il Paese.
A sinistra intanto riscoprono il garantismo.
Fratoianni ricorda che si è colpevoli solo quando ci sono le prove. Gli stessi che invocano dimissioni al primo avviso di garanzia, quando l’indagato sta dall’altra parte.
Il garantismo, da quelle parti, si concede su prenotazione.
C’è pure chi va oltre. In questi giorni Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, si è chiesto sui social se sia vietato inneggiare ad Hamas.
Al suo partito il Pd ha appena prestato un senatore, per aiutarlo a formare un gruppo e a presentarsi alle elezioni. Bella roba.
È sempre lo stesso vocabolario. Inneggiare ai tagliagole diventa un’opinione, chiamare alla piazza diventa disobbedienza civile.
Le parole si lavano finché non vanno in frantumi le vetrine.
La politica può scrivere tutte le leggi che vuole. La polizia può fermare, la Procura può accusare.
Se l’ultimo anello si spezza e chi lo spezza non risponde mai, lo Stato resta disarmato davanti a chi lo sfida.
Nessuno pretende che i giudici prevedano il futuro: si chiede che rispondano quando hanno avuto davanti gli elementi del pericolo e li hanno ignorati.
Non per punire le loro opinioni. Per costringerli a lasciarle fuori dall’aula.
In Italia sbaglia il chirurgo e paga. Sbaglia l’ingegnere e paga.
Sbaglia il giudice: paga la vittima.Autore: Roberto Riccardi
Generale Carabinieri
Conte vorrebbe (giustamente) riportare i 5 stelle agli antichi fasti, senza l'esuberante forza mediatica di Grillo. Nel suo interloquire piuttosto faticoso, spesso gorgogliante, rimarca Prodi più giovane. Ora sono dalla stessa parte, nonostante i tentativi stellati di mantenere le differenze che il campo Largo dovrebbe miracolosamente abolire con la pubblicazione di un programma pacifista. Metà delle pagine saranno in bianco. Conte Giuseppe "spinge", vuole le primarie subito. Dagospia concede gli spazi e le ragioni che dovrebbero permettere un passaggio di voti sempre all'interno della coalizione. La straordinaria affluenza israeliana dimostra che il calo delle presenze è dovuto alla nostra disaffezione politica, per ragioni comprensibili, messe da parte quando i pericoli sono forti ed imminenti. La 3 cittadinanze mostra debolezza e pochezza che la rapida full immersion nella scuola del Nazareno, non ha mascherato. Primarie subito urla l'avvocato del popolo e dei rapidi cambi d'opinione. Secondo la sua amatoriale visione, sarebbe sufficiente un tavolo sotto un gazebo e si chiude il programma. La Elly, con l'appoggio armocromatico, pensa invece si debbano "aprire" al paese, fare una grande campagna d'ascolto, con l'interprete arabo ed invitare Zuppi. massimo lugaresi
L'impressione, leggendo e guardando Dagospia, è quella di un blog che vede evaporare nelle piazze le certezze acquisite. La prima pagina viene dedicata alla richiesta, radical chic, di eliminare dai discorsi e dagli scritti il Se ed anche il Ma. Viene arredata con una foto gigantesca raffigurante (vicini) Ignazio La Russa e l'ormai famoso Youssef Siher. Entra in campo Riccardo Chiaberge, scrittore e giornalista che accostando due personaggi lontanissimi li definisce usanti serranda e lucchetto per disarmare l'interlocutore. Non sapevano come coprire l'ultima scoperta investigativa. Poi è arrivata la collega giudicante ed ha sistemato tutto. Ranucci intanto è sparito dai titoli. La pretesa di eliminare tutti i Se e Ma, sembra un'altra ingiunzione per arrivare alla nuova religione imposta. Il giornalista di un giornalone definisce le esitazioni e eccezioni, ineliminabili da qualsasi ragionamento che non sia dogmatico. Permette quindi di sminuire l'importanza del profeta diventato italiano, affermando che non "vede" grandi menti dietro all'organizzazione delle violenze in piazza. I botti di Ranucci hanno insegnato come si fa, senza farsi interrogare. massimo lugaresi
Fare le pulci è un termine usato da Dagospia per colpire nemici politici e dell'intrattenimento contrario. Uno dei più colpiti, con qualche fondata ragione, è certamente l'erede della dinastia Del Vecchio. Dopo la morte del padre, fondatore di una fortuna commerciale, si è scatenata la rissa miliardaria tra gli eredi. Abbiamo altre guerre che, da anni, colpiscono la proprietà juventina. Poi ci sono quelle interne che hanno portato squadra e tifosi a momenti imbarazzanti. L'ultima "smargiassata" di Leonardo Maria Del Vecchio è il tentativo di comprare la società editoriale del Fatto Quotidiano, credo senza la presenza di Travaglio. Il blog è destinato, dalle potenze operanti a rallentare fino alla sconfitta, il dominio della Ducetta. Hanno riesumato il fascismo come fossimo in perenne 25 aprile, colpendo la parte debole, composta dai cosiddetti impresentabili. La manicomiale (sic!) smargiassata di lanciare una Opa sulla Seif, editrice del Fatto Quotidiano, reliquia giornalistica, con un vangelo gradito alla Schlein. Le ragioni del tentato acquisto scimmiottano quelle usate per difendere Ranucci. Non occorre ricordare come sono finite, senza interrogarlo. Ho commentato copiando la sentenza emessa dalla misteriosa intelligence del blog, aiutata dalle soffiate provenienti dal settore indagante. Chi parla per primo, ha sempre ragione. Travaglio non ha rivali. Il Pd si trova nel mezzo. Youssef stava diventando un problema, la sua scarcerazione è stata prontamente annunciata, senza le sue parole.massimo lugaresi
Dopo il tempo dedicato al più sanguigno Dagospia, ho letto LInkiesta per capire le ragioni dello sciopero gandhiano di Calenda e Picierno. Non hanno avuto fortuna, perso solo qualche etto, sommersi dalle notizie della "mente" dietro le spontanee chiamate in piazza. La formazione del personaggio sospettato e denunciato come ideatore degli assalti milanesi e nelle città guidate dalla sinistra, è occidentale. Commistione che non giova al miscuglio nato per il potere. Un altro regalo alla Ducetta, dopo quello visto nelle piazze e vetrine, è meno convincente anche il ripetuto richiamo al fascismo. Chiarite le funzioni di una seconda generazione che ha avuto attenzioni e sostegni non usati per quella casalinga. Ingiusto però accusare tutti i presenti alle manifestazioni, ma l'organizzazione aveva dimensioni e caratteristiche di una armata. Nessun paragone con quelle da me vissute, sotto la spinta e controllo del partito che respingeva duramente qualsiasi intromissione. Non a caso il Pci venne colpito dai compagni che sbagliavano. Altra epoca, per capirlo è sufficiente soffermarsi sulle componenti le due coalizioni. Quella disunita e meno credibile è il pateracchio di sinistra. Gli antagonisti convivono da lontano con i moderni pannelliani che soffrono la fame per protesta antiputiniana, frignando per le poche armi e soldi che il comico riesce a raggranellare. Vi sono altre piccole correnti unite solo per arrivare all'aprile prossimo e legittimare il pensionamento ad vitam. Difficile, trarre conclusioni per arrivare ad un voto convinto.massimo lugaresi
Gli errori voluti, perfino costretti che il largo miscuglio piddino compie per le manifestazioni organizzate dai "maestri" dei figli, diventati italiani, per richieste sponsorizzate anche da Zuppi, non trovano il completo accordo del Nazareno. Dagospia, il mio blog di riferimento contrario, fiuta il pericolo ed abbassa i toni, lasciandoli solo nello spartito contro Salvini, impegnato nella redenzione della Lega. La paura che fa maggioranza, questa volta è per il Generale, se va oltre la collina del 10%. Ovviamente nel miscuglio uscito per volontà malefiche, non tutti concordano il seminare futuri voti, osservando però religiose scritture antagoniste. Le forze dell'ordine si sono organizzate ed iniziano le risposte, non sorprendenti. Abbiamo bisogno di un ritorno all'antico. Sarebbe il momento dell'unione che abbiamo trovato in altre occasioni. Invece le due aggregazioni mordono e si insultano, aiutate da una massa di creatori digitali che suppliscono i partiti scomparsi (volutamente). Una battaglia senza esclusione di colpi, con minacce e finte verità per abbattere l'avversario di turno. La politica è scomparsa al pari delle organizzazioni che la sorreggevano. Avevamo perfino consigli di quartiere e caseggiato. La pulizia accurata, partita dalla giustizia, aveva visto lontano. Anche nella nostra Europa che esclude, su ordini d'oltreoceano, la Russia e finanzia Zelensky, i paesi che se la cavano sono quelli con politica ancora viva. Serbia e Brasile confermano. La strategia sarebbe mandare le seconde generazioni alle urne prima possibile. I giovanissimi, vanno nelle piazze seguendo, spesso superando gli antagonisti di professione. Zuppi sorride e divide.massimo lugaresi
Prima di arrivare a Di Pietro, l'ex Pm di Mani Pulite e Manette e al suo ritorno, come rappresentante laico nel Consiglio Superiore della Magistratura, uso qualche riga per la mutazione di Dagospia. Il blog critica ed assale (verbalmente) a tutte le ore il governo Meloni, ma si guarda bene dal compiere lo stesso trattamento ai residui correntizi di un partito che ha vezzeggiato dalla nascita in provetta. Il Pd è il punto debole dell'impalcatura politica, il partito che blocca il rinnovamento della sinistra. Per mantenersi a galla, avendo ancora qualcosa da difendere, godendo protezioni importanti che permetteranno (forse) di assaporare, per qualche mese, il sapore del potere. E' arrivato un altro sabato, sempre e solo nei grandi comuni gestiti dai piddini, non paragonabile a quello milanese del 17 ottobre. Più polizia dei dimostranti. Fanno volare la Meloni al Quirinale. Dagospia è costretto a vezzeggiare il nemico grillino, criticando lievemente la 3 cittadinanze, rispetto al trattamento giornaliero per Salvini e Ducetta. Devo però riconoscere che è stato velocissimo ad abbandonare Ranucci, al suo destino, senza, naturalmente, essere ascoltato. Torno a Di Pietro e alle Mani Linde che lo hanno reso famoso. La sua collocazione, dopo il Si al referendum, poteva avere solo una direzione destrorsa. Per fare pari con il No, ce ne vuole. massimo lugaresi